Latte
Una storia universale che nasce dal cuore della terra

Carissimi, com’è nata l’idea di Latte e cosa vi ha spinto a scegliere una società rurale come ambientazione per raccontare un tema così universale?
Alessandro Padovani: La storia è arrivata dalla mia bisnonna, Angela Bertelle, che ho scoperto da mia madre essere emigrata, come balia da latte, da Feltre (da dove provengo anche io) a Milano. Ho scoperto lettere e foto che la riguardavano, e la sua storia mi ha colpito molto. Così ho chiamato Lorenzo, e insieme abbiamo iniziato a lavorarci costruendo una storia originale.
Lorenzo Bagnatori: Siamo entrambi due “provinciali”, cresciuti in contesti diversi (Alessandro in Veneto, io in Toscana) ma con caratteristiche simili. La società rurale la conosciamo dai racconti dei nostri nonni o da quelli degli anziani nel bar del paese. Quindi è come se ci fossimo cresciuti immersi. Partire da un contesto rurale per arrivare in un mondo fatto di nobili e ville ci permetteva anche di raccontare, in modo indiretto, le disparità sociali e i conflitti di classe.
La figura della protagonista Adele è estremamente potente e complessa. Qual è stato il processo creativo per costruire un personaggio così sfaccettato?
LB: C’è sicuramente in Adele tanto delle testimonianze di vere balie che abbiamo letto ed ascoltato. Ma poi sì è costruita passo passo, attraverso le strade che ci sembrava naturale dovesse prendere. Anzi, che ha scelto di imboccare lei stessa.
AP: Adele ha iniziato a rivelarsi a noi mentre scrivevamo. Non è un caso che il finale sia cambiato in sceneggiatura, proprio perché era lei a non essere d’accordo con il finale che avevamo scritto per lei.
Il carillon con la ballerina, simbolo del desiderio di Adele, è un elemento cruciale nella storia. Potreste raccontarci come è nata l’idea di questo oggetto simbolico e il suo significato?
LB: Tutto quello che Adele fa è per il bene della sua famiglia. Manda tutto quello che guadagna come balia a casa e sembra quasi annullarsi in questa sua “missione”. Il carillon è la prima cosa che compra per sé, e solo per sé, grazie al suo lavoro. Per noi questo momento era un fondamentale passo di cambiamento nell’arco del personaggio. Un piccolo gesto di sano egoismo.
AP: Il carillon è un oggetto prezioso, bello, costoso, ma inutile secondo la logica contadina da cui proveniva, perché non indispensabile: per Adele è come se per la prima volta potesse avere anche lei un pezzettino di quella bellezza, che ha sempre pensato fosse riservata solo ai “signori”.
Latte tratta il peso delle responsabilità familiari che gravano sulla donna. Quanto vi ha influenzato la società contemporanea nella scrittura di una storia che sembra d’altri tempi?
LB: Il fatto che questa storia parlasse al presente è stata la molla che ci ha fatto decidere di scriverla. Il passato è pieno di storie interessanti, ma ha senso raccontarle quando dicono qualcosa anche sull’oggi. Il baliatico creava dei cambiamenti nella società e nelle famiglie che sono molto simili a quelle che si creano oggi: il padre rimaneva a casa a badare ai figli, perché non trovava lavoro, mentre la moglie era costretta a emigrare per guadagnare.
AP: Anche le donne benestanti erano di fatto costrette a rinunciare a crescere i propri figli per stare in società, affidandoli in tutto e per tutto alle balie, che se ne prendevano cura, spesso affezionandosi e creando un rapporto emotivo che durava per molti anni. Ancora oggi, sono tanti quelli che si ricordano della propria balia o del “fratello da latte”.
La motivazione del premio Solinas sottolinea che la sceneggiatura è scritta con abilità e passione. Quali tecniche o approcci narrativi avete utilizzato per ottenere una scrittura così avvincente?
AP: Non c’è nessun segreto o artificio particolare. A me ha aiutato molto immaginare i luoghi e i volti, usando quelli che conoscevo, mettere insieme le storie che mi erano state raccontate dai miei nonni o quelle che ho sentito poi durante le ricerche. Per me era una storia molto vicina, legata alla mia terra e alla mia famiglia, e penso che questo mi abbia aiutato molto. Poi con Lorenzo abbiamo un rapporto di amicizia e lavoro che dura da tempo, che ci permette di essere sempre in sintonia a scrivere, come un doppio di tennis.
LB: Ci siamo documentati molto, ma la nostra “bussola” principale è sempre capire cosa emoziona noi prima di tutto. Alla fine è questo che differenzia noi dall’Intelligenza Artificiale ad esempio. La capacità di emozionarsi e quindi, quando la scrittura funziona, di far emozionare anche gli altri.
Quali sono stati i momenti più impegnativi o stimolanti nella stesura di questa sceneggiatura? C’è stato un punto in cui avete avuto dubbi sul percorso da seguire?
AP: Il momento più difficile è stato quello dopo la prima fase del Solinas: alla Maddalena avevamo raccolto tanti stimoli diversi da giurati e produttori, che ci hanno fatto capire che la nostra storia aveva potenzialità maggiori della prima scaletta che avevamo scritto, che “ingabbiava” troppo i personaggi. Per la sceneggiatura abbiamo così cambiato approccio, cercando di seguire liberamente Adele, Nino, Nelso, provare davvero ad ascoltarli per capire dove ci avrebbero portato.
LB: Il nodo più complesso da sciogliere è stato sicuramente quello del finale. Molti giurati del Solinas avevano espresso dubbi, ma solo scrivendo la sceneggiatura anche noi ci siamo accorti di avere un finale forzato, e alla fine è stata proprio Adele a dirci come doveva finire la sua storia. Dobbiamo ringraziare il Premio Solinas per l’opportunità di confronto che abbiamo avuto.
Come immaginate il futuro di Latte? Sognate di vederlo trasformato in un film? E se sì, avete già un’idea di come potrebbe essere realizzato visivamente?
LB: Latte è il punto finale di un percorso che con Ale abbiamo intrapreso da molti anni: ci siamo conosciuti al CSC di Roma dove studiavamo sceneggiatura, insieme lavoriamo spesso come sceneggiatori, ma abbiamo anche lavorato al suo primo documentario di regia “Movida”, presentato ad Alice nella Città e che raccontava lo spopolamento delle aree montane attraverso lo sguardo di ragazzi, e quest’anno al corto di esordio fiction di Ale La Zima del Signor, ambientato agli inizi del Novecento tra le montagne bellunesi proprio come Latte, e presentato anch’esso ad Alice nella Città. Queste esperienze sono state tutte tappe nella costruzione dell’identità, anche visiva, di Latte.
AP: “Incrociando le dita, Latte sarà il mio esordio alla regia di un lungometraggio. Questa è una storia molto intima, che riguarda la mia famiglia e la terra in cui sono nato e cresciuto, e che parte da lontano: per questo da alcuni anni mi preparo per cercare di raccontarla al meglio. A livello visivo, non mi immagino solo una ricostruzione fedele di un mondo scomparso, ma un racconto attuale e moderno, che possa trasmettere la forza, il coraggio, la dolcezza e la disperazione di Adele. Ispirazioni per me sono la magia del cinema di Alice Rohrwacher, in particolare Corpo Celeste e Le Meraviglie, la tenerezza di film come Il Posto o La Cotta di Ermanno Olmi, o la forza di Nuestro Tiempo di Carlos Reygadas.

